Signori si nasce

UN MESE AL NATALE

Manca un mese al Natale anche se le vetrine sono addobbate da fine ottobre. Ho pagato per montare le gomme termiche così posso andare a pagare in autostrada senza dover pagare anche una multa. Fa abbastanza caldo, non è un buon periodo per quelli che aspettavano l’inverno per lamentarsi del gelo. Ma i meteorologi dicono che potrebbe fare freddo, prima o poi, da qualche parte, forse. Che strano. Però piove molto, e ogni tanto qualche strada si allaga. O sparisce, purtroppo. Tra i regali di quest’anno molto gettonati i gilet, quelli gialli. Ci sono ancora troppi adulti che credono ai doni e ai condoni di Babbo Natale e al finto Blec Fraidei (sì, lo so che non si scrive così). L’Ue boccia la manovra dell’Italia. Io boccio la manovra di quegli idioti che mentre sei in coda e aspetti il tuo turno per svoltare a uno svincolo ti superano e si infilano giusto all’uscita. Non ho ancora comprato un’agenda per il nuovo anno. No, non è un invito a regalarmela. Fossi una sigla di cartoni animati vorrei essere quella del Grande Mazinga. Toglietemi tutto ma non il mio Netflix. Manca un mese a Natale ma sembra lontanissimo.

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BUON VIAGGIO AMICO MIO

Ora che sei libero e non hai più dolori mi piace immaginarti in qualche posto in cui potrai continuare a correre, a saltare, in cui potrai continuare a ripetere quelle meravigliose giravolte di festa che facevi su te stesso prima di balzarmi addosso gioioso ogni volta che venivo a trovarti, in cui potrai continuare a fare lunghe passeggiate come quelle che mi portavi a fare con te, ad annusare tutti gli odori sul tuo cammino, a fare pipí dove piú ti piace, ad abbaiare di felicità, a giocare, a gioire, e soprattutto a dispensare affetto sincero, puro e incondizionato, come hai sempre fatto. Per me sei stato e resti un amico prezioso.

TEMPI DIFFICILI

Per caritá ognuno è legittimato a pensarla come meglio crede e a sproloquiare come ritiene opportuno, ma al di là delle ideologie (vabbe’, ideologie) provoca un certo fastidio agli occhi e alle orecchie leggere o sentire le solite frasi qualunquiste, i soliti luoghi comuni, i soliti preconcetti, di chi guarda al dito anziché alla luna, di chi si sente volpe e non arriva all’uva, di chi scambia violazioni della civiltà e del buon senso per coraggio e fermezza.

EST MODUS IN (re)BUS

All’arrivo del bus balzai su e sedetti, a metà del mezzo, accanto al finestrino. Non c’era molta gente. Una coppia di ragazzi, un signore elegante con una tracolla. Una donna era al telefono qualche posto più in là. Parlava di certe pratiche, usava certi termini giuridici. Un finestrino alquanto sudicio mi separava dal mondo che scorreva fuori. Mentre il bus attraversava la città mi incuriosiva guardare le vetrine dei negozi, la gente entrare in panetteria o nell’ufficio postale. Operai sui ponteggi con le tute sporche di lavoro, ragazzi ai semafori che chiedevano monete agli automobilisti, venditori ambulanti di fiori, di frutta, degli oggetti più svariati. Avvertivo clacson frenetici, vedevo persone affrettarsi verso chissà quali mete. Alla fermata seguente salirono due tizi di mezza età proseguendo una conversazione sulle Ong. Mentre il bus costeggiava basse abitazioni, mi persi d’un tratto a guardare le chiome di certi alberi, il cielo blu, e certi ricordi. Un uomo passeggiava affiancato da un vecchio cane dall’andatura stanca. Due attempate signore dal passo lento chiacchieravano all’uscita di una piccola chiesa alla fine del viale. All’esterno di un bar degli anziani giocavano alle carte, su un balcone una donna stendeva i panni, una ragazza camminava lesta con dei libri avviluppati tra le braccia, una vecchietta sosteneva a fatica la busta della spesa, un uomo in giacca e cravatta con un aggeggio nell’orecchio sembrava parlare da solo. Salutai l’autista e scesi.

ESTATE IN CITTÀ

Restare tutto il mese di agosto in città non è il massimo ma ha i suoi lati positivi: la strada, ad esempio, è sgombra da quelle fragorose lamiere dai mille colori e appare ora serena e quasi piacevole. Clacson, gestacci e manovre balorde per un parcheggio sono in ferie. Le zanzare no. Al supermercato e alla posta le file sono ridotte, i prezzi no. Poi ci sono anche persone che fanno cose strane, tipo andare a correre alle 13 con 35 gradi o telefonare al barbiere di lunedì (quest’ultima cosa l’ho fatta io oggi).

ROGITO ERGO SUM

Senza i tanti sacrifici di mio padre, stamattina per me sarebbe stato molto difficile avere la possibilità di mettere la firma su quel rogito e, dunque, di comprare casa. Quindi, in questa giornata importantissima, il primo pensiero è stato per lui.

STRANI GIORNI

Sono strani questi mondiali senza l’Italia, non c’è dubbio che siano strani. Che poi, con gli elementi scarsi che abbiamo a disposizione, non sarebbe mica una pacchia passare il turno.
Faremmo un sacco di gol facili solo contro le squadre deboli ma gli ultras crederebbero che siamo forti. La difesa farebbe acqua da tutte le parti e faticheremmo a portare il risultato in porto perché sarebbe chiuso. L’inno nazionale sarebbe fatto di rutti e peti. Chiederemmo continuamente la moviola in campo (rom).
Batteremmo solo calci d’angolo con la bandierina italiana. Verremmo eliminati al primo turno ai calci nel sedere. Gli ultras direbbero che anche all’altro mondiale, quando c’erano quegli altri, avevamo fatto schifo. Poi tutti i giocatori se ne andrebbero in vacanza a godersi la pacchia, magari in crociera.

Era solo per sdrammatizzare il senso di disgusto che regna sovrano dinanzi a quelli che per dare un senso alla propria quotidianità si armano di vuotezza e combattono, ogni giorno, una misera guerra tra poveri senza vincitori, godendo se vengono sottratti dei diritti agli “altri” che manco conoscono, fissando costantemente fieri e tonti, beati e beoti, il dito anziché la luna.
Era solo per sdrammatizzare il senso di profonda amarezza di fronte all’immensa meschinità e alla smisurata grossolanità che dominano incontrastate (e incontrastabili), alimentate continuamente dall’incapacità di fare a meno dei luoghi comuni e dei preconcetti verso ogni forma di “diversità” (cosi la chiamano quelli che si credono “normali”).
Era solo per sdrammatizzare di fronte all’assenza di ogni minimo sforzo di prendere consapevolezza della banalissima circostanza che ci vuole solo fortuna a nascere nel posto giusto, nella casa giusta, nel momento giusto, a vivere e a sopravvivere.

BREVE STORIA LIETA

Alla cassa della Feltrinelli c’è una coppia a cui il cassiere chiede “Avete la tessera clienti?”. La coppia dice “No, se vuole può accreditare i punti per gli sconti a qualcuno che abbia la tessera”. Dopo ci sono io. Il cassiere mi guarda e io mostro la tessera ringraziando la coppia. Poi il cassiere dice alla coppia “In totale sono 157 euro”.
Fine.

CIAO…

Continuo da ieri a rivedere quella vecchia foto di un’estate di tanti anni fa, in cui eravamo tutti sorridenti e spensierati, e sento un senso di vuoto, come se un pezzetto di quella foto e, insieme, un pezzetto d’infanzia e di passato mi fosse stato strappato via, malamente. Ci sono aneddoti e ricordi che si accavallano piacevolmente nella mente e poi ci sono le sensazioni di sti giorni, che non riesco a mettere in fila e a cui non riesco ancora a dare un nome. Quante estati trascorse insieme con tutti gli altri amici del mare. Avevamo appena 5-6 anni e da allora ogni anno ci siamo ritrovati lì, per tantissime estati. Non c’erano cellulari, non c’era internet. C’erano i vecchi giochi, le partite di pallone sul bagnasciuga, o sulla sabbia quando la spiaggia iniziava svuotarsi verso il tramonto, le porte fatte con gli ombrelloni o con le pietre grandi rimediate qua e là. Le partite con le biglie che compravamo a “La lumaca”, costruivamo delle piste bellissime e giocavamo per ore spingendo quelle palline verso il traguardo. Poi, alla fine, si andava tutti a fare il bagno fino a quando i polpastrelli diventavano raggrinziti. La semifinale di Italia ’90 con l’Argentina vista alla tv allestita in cortile, gli occhi spiritati di Totò Schillaci. E poi la finale di Usa ‘94 che abbiamo visto tutti insieme sul balcone di casa tua e il grande rammarico alla fine quando il Brasile ci beffò ai rigori. Le colazioni al bar “Le Palme”, la spesa in bicicletta, l’edicola (io prendevo la Gazzetta, tu il Corriere o Tuttosport che a me non piacevano, e poi facevamo il confronto), gli scrocconi dei giornali sulle panchine, Egidio del ristorante, il luna park, la sala giochi con il Tetris, Bomb Jack e il videogame dei videogames di quel periodo, ossia Mexico’86, con la sua musichetta inimitabile, e poi il gioco delle Olimpiadi, e il biliardino. I tuoi resoconti di quando ti alzavi presto per andare a pesca, un’altra delle tue grandi passioni. Le fughe dal custode Quintino quando ci beccava a giocare vicino al gazebo in cortile e ci voleva bucare il pallone (a volte l’ha fatto davvero) e ci rincorreva gridando “Vai via da là! Stu nocce d precoc!” ma in fondo credo che si divertisse anche lui con noi. O quando si giocava a carte alla capanna e partecipava anche lui accompagnando il lancio di ogni carta con un’espressione a dir poco blasfema. Le chiacchierate fino a tardi la sera sulle panchine o sulla spiaggia, le scemenze, le risate nate dal poco. La spensieratezza più totale. Le prime ubriacature, le prime cotte (tu avevi molto successo), le prime uscite con la macchina da neopatentati, i falò sulla spiaggia la notte di Ferragosto, le nostre mamme che ci aspettavano in piedi. Le prese in giro che rivolgevamo bonariamente a quelli più grandi, le imitazioni, la gioia di quando qualcuno del nostro gruppo arrivava per le vacanze e l’amarezza del giorno in cui qualcuno di noi doveva ripartire perché erano finite le ferie dei genitori e ci si dava appuntamento all’anno successivo che sembrava tanto, troppo lontano. La nostra Juve, il calciomercato che ci illudeva sempre in quegli anni in cui non vincevamo mai nulla se non il trofeo “Berlusconi” in agosto, il tuo idolo Paulo Sousa, le liquirizie del professore, il campanello di casa dell’ingegnere nostalgico, i pomeriggi di pioggia nelle mansarde, i cornetti caldi a mezzanotte da Tombion, le pallonate ai lampioncini del vialetto, il furgoncino del tipo che gridava “Frutta! La frutta! Chiedi alla mamma se vuole la frutta!” (che poi aveva solo verdure in realtà). L’odore della crema che ci spalmavano addosso al mattino e l’odore dell’Autan che ci spalmavano addosso alla sera, i castelli di sabbia, le facce spellate. Tutti avevamo progetti, programmi, desideri; i tuoi, purtroppo, un maledetto giorno di primavera si sono interrotti. Ma quelle estati resteranno indimenticabili: credo sia proprio vero che i ricordi di quando si è piccoli restano depositati dentro di noi per sempre. E anche se i tuoi sogni si sono spezzati, quei bellissimi ricordi non li cancellerà mai nessuno. Cia’! ❤

BREVI CONSIDERAZIONI

– Almeno stavolta non dicono che hanno vinto tutti.
– Chi ha vinto ha stravinto. Complimenti. Vedremo.
– Chi ha perso ha straperso. Complimenti. Addio.
– Gli ultras renziani che si ergono a educatori di etica sono più patetici di Adinolfi, tutto intero.
– Due cose sono infinite, l’universo e l’arroganza di un 43enne di Rignano.
– Farsi idolatrare da gente irrisa e perculata per anni è geniale. Nulla da dire, l’uomo-ruspa è astuto, applausi.
– Eh sì, dopo gli 80 anni forse è giunta l’ora di dedicarsi ai nipotini e alle nipotine (proprie).
– Abolite quello che volete ma non il congiuntivo. Ci sono affezionato.
– Io non so quasi nulla di politica ma se (af)fonda un partito la Lorenzin posso farlo pure io.
– La sinistra è trapassata, a indagare sulla morte ormai è rimasto solo il fratello di Montalbano.
– Piove e fa freddo, non è ancora la stagione dei meloni.
– Il capo dello Stato ha una bella gatta da pelare. Mi spiace. Da amante dei gatti.