Signori si nasce

TEMPI DIFFICILI

Per caritá ognuno è legittimato a pensarla come meglio crede e a sproloquiare come ritiene opportuno, ma al di là delle ideologie (vabbe’, ideologie) provoca un certo fastidio agli occhi e alle orecchie leggere o sentire le solite frasi qualunquiste, i soliti luoghi comuni, i soliti preconcetti, di chi guarda al dito anziché alla luna, di chi si sente volpe e non arriva all’uva, di chi scambia violazioni della civiltà e del buon senso per coraggio e fermezza.

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EST MODUS IN (re)BUS

All’arrivo del bus balzai su e sedetti, a metà del mezzo, accanto al finestrino. Non c’era molta gente. Una coppia di ragazzi, un signore elegante con una tracolla. Una donna era al telefono qualche posto più in là. Parlava di certe pratiche, usava certi termini giuridici. Un finestrino alquanto sudicio mi separava dal mondo che scorreva fuori. Mentre il bus attraversava la città mi incuriosiva guardare le vetrine dei negozi, la gente entrare in panetteria o nell’ufficio postale. Operai sui ponteggi con le tute sporche di lavoro, ragazzi ai semafori che chiedevano monete agli automobilisti, venditori ambulanti di fiori, di frutta, degli oggetti più svariati. Avvertivo clacson frenetici, vedevo persone affrettarsi verso chissà quali mete. Alla fermata seguente salirono due tizi di mezza età proseguendo una conversazione sulle Ong. Mentre il bus costeggiava basse abitazioni, mi persi d’un tratto a guardare le chiome di certi alberi, il cielo blu, e certi ricordi. Un uomo passeggiava affiancato da un vecchio cane dall’andatura stanca. Due attempate signore dal passo lento chiacchieravano all’uscita di una piccola chiesa alla fine del viale. All’esterno di un bar degli anziani giocavano alle carte, su un balcone una donna stendeva i panni, una ragazza camminava lesta con dei libri avviluppati tra le braccia, una vecchietta sosteneva a fatica la busta della spesa, un uomo in giacca e cravatta con un aggeggio nell’orecchio sembrava parlare da solo. Salutai l’autista e scesi.

ESTATE IN CITTÀ

Restare tutto il mese di agosto in città non è il massimo ma ha i suoi lati positivi: la strada, ad esempio, è sgombra da quelle fragorose lamiere dai mille colori e appare ora serena e quasi piacevole. Clacson, gestacci e manovre balorde per un parcheggio sono in ferie. Le zanzare no. Al supermercato e alla posta le file sono ridotte, i prezzi no. Poi ci sono anche persone che fanno cose strane, tipo andare a correre alle 13 con 35 gradi o telefonare al barbiere di lunedì (quest’ultima cosa l’ho fatta io oggi).

ROGITO ERGO SUM

Senza i tanti sacrifici di mio padre, stamattina per me sarebbe stato molto difficile avere la possibilità di mettere la firma su quel rogito e, dunque, di comprare casa. Quindi, in questa giornata importantissima, il primo pensiero è stato per lui.

STRANI GIORNI

Sono strani questi mondiali senza l’Italia, non c’è dubbio che siano strani. Che poi, con gli elementi scarsi che abbiamo a disposizione, non sarebbe mica una pacchia passare il turno.
Faremmo un sacco di gol facili solo contro le squadre deboli ma gli ultras crederebbero che siamo forti. La difesa farebbe acqua da tutte le parti e faticheremmo a portare il risultato in porto perché sarebbe chiuso. L’inno nazionale sarebbe fatto di rutti e peti. Chiederemmo continuamente la moviola in campo (rom).
Batteremmo solo calci d’angolo con la bandierina italiana. Verremmo eliminati al primo turno ai calci nel sedere. Gli ultras direbbero che anche all’altro mondiale, quando c’erano quegli altri, avevamo fatto schifo. Poi tutti i giocatori se ne andrebbero in vacanza a godersi la pacchia, magari in crociera.

Era solo per sdrammatizzare il senso di disgusto che regna sovrano dinanzi a quelli che per dare un senso alla propria quotidianità si armano di vuotezza e combattono, ogni giorno, una misera guerra tra poveri senza vincitori, godendo se vengono sottratti dei diritti agli “altri” che manco conoscono, fissando costantemente fieri e tonti, beati e beoti, il dito anziché la luna.
Era solo per sdrammatizzare il senso di profonda amarezza di fronte all’immensa meschinità e alla smisurata grossolanità che dominano incontrastate (e incontrastabili), alimentate continuamente dall’incapacità di fare a meno dei luoghi comuni e dei preconcetti verso ogni forma di “diversità” (cosi la chiamano quelli che si credono “normali”).
Era solo per sdrammatizzare di fronte all’assenza di ogni minimo sforzo di prendere consapevolezza della banalissima circostanza che ci vuole solo fortuna a nascere nel posto giusto, nella casa giusta, nel momento giusto, a vivere e a sopravvivere.

BREVE STORIA LIETA

Alla cassa della Feltrinelli c’è una coppia a cui il cassiere chiede “Avete la tessera clienti?”. La coppia dice “No, se vuole può accreditare i punti per gli sconti a qualcuno che abbia la tessera”. Dopo ci sono io. Il cassiere mi guarda e io mostro la tessera ringraziando la coppia. Poi il cassiere dice alla coppia “In totale sono 157 euro”.
Fine.

CIAO…

Continuo da ieri a rivedere quella vecchia foto di un’estate di tanti anni fa, in cui eravamo tutti sorridenti e spensierati, e sento un senso di vuoto, come se un pezzetto di quella foto e, insieme, un pezzetto d’infanzia e di passato mi fosse stato strappato via, malamente. Ci sono aneddoti e ricordi che si accavallano piacevolmente nella mente e poi ci sono le sensazioni di sti giorni, che non riesco a mettere in fila e a cui non riesco ancora a dare un nome. Quante estati trascorse insieme con tutti gli altri amici del mare. Avevamo appena 5-6 anni e da allora ogni anno ci siamo ritrovati lì, per tantissime estati. Non c’erano cellulari, non c’era internet. C’erano i vecchi giochi, le partite di pallone sul bagnasciuga, o sulla sabbia quando la spiaggia iniziava svuotarsi verso il tramonto, le porte fatte con gli ombrelloni o con le pietre grandi rimediate qua e là. Le partite con le biglie che compravamo a “La lumaca”, costruivamo delle piste bellissime e giocavamo per ore spingendo quelle palline verso il traguardo. Poi, alla fine, si andava tutti a fare il bagno fino a quando i polpastrelli diventavano raggrinziti. La semifinale di Italia ’90 con l’Argentina vista alla tv allestita in cortile, gli occhi spiritati di Totò Schillaci. E poi la finale di Usa ‘94 che abbiamo visto tutti insieme sul balcone di casa tua e il grande rammarico alla fine quando il Brasile ci beffò ai rigori. Le colazioni al bar “Le Palme”, la spesa in bicicletta, l’edicola (io prendevo la Gazzetta, tu il Corriere o Tuttosport che a me non piacevano, e poi facevamo il confronto), gli scrocconi dei giornali sulle panchine, Egidio del ristorante, il luna park, la sala giochi con il Tetris, Bomb Jack e il videogame dei videogames di quel periodo, ossia Mexico’86, con la sua musichetta inimitabile, e poi il gioco delle Olimpiadi, e il biliardino. I tuoi resoconti di quando ti alzavi presto per andare a pesca, un’altra delle tue grandi passioni. Le fughe dal custode Quintino quando ci beccava a giocare vicino al gazebo in cortile e ci voleva bucare il pallone (a volte l’ha fatto davvero) e ci rincorreva gridando “Vai via da là! Stu nocce d precoc!” ma in fondo credo che si divertisse anche lui con noi. O quando si giocava a carte alla capanna e partecipava anche lui accompagnando il lancio di ogni carta con un’espressione a dir poco blasfema. Le chiacchierate fino a tardi la sera sulle panchine o sulla spiaggia, le scemenze, le risate nate dal poco. La spensieratezza più totale. Le prime ubriacature, le prime cotte (tu avevi molto successo), le prime uscite con la macchina da neopatentati, i falò sulla spiaggia la notte di Ferragosto, le nostre mamme che ci aspettavano in piedi. Le prese in giro che rivolgevamo bonariamente a quelli più grandi, le imitazioni, la gioia di quando qualcuno del nostro gruppo arrivava per le vacanze e l’amarezza del giorno in cui qualcuno di noi doveva ripartire perché erano finite le ferie dei genitori e ci si dava appuntamento all’anno successivo che sembrava tanto, troppo lontano. La nostra Juve, il calciomercato che ci illudeva sempre in quegli anni in cui non vincevamo mai nulla se non il trofeo “Berlusconi” in agosto, il tuo idolo Paulo Sousa, le liquirizie del professore, il campanello di casa dell’ingegnere nostalgico, i pomeriggi di pioggia nelle mansarde, i cornetti caldi a mezzanotte da Tombion, le pallonate ai lampioncini del vialetto, il furgoncino del tipo che gridava “Frutta! La frutta! Chiedi alla mamma se vuole la frutta!” (che poi aveva solo verdure in realtà). L’odore della crema che ci spalmavano addosso al mattino e l’odore dell’Autan che ci spalmavano addosso alla sera, i castelli di sabbia, le facce spellate. Tutti avevamo progetti, programmi, desideri; i tuoi, purtroppo, un maledetto giorno di primavera si sono interrotti. Ma quelle estati resteranno indimenticabili: credo sia proprio vero che i ricordi di quando si è piccoli restano depositati dentro di noi per sempre. E anche se i tuoi sogni si sono spezzati, quei bellissimi ricordi non li cancellerà mai nessuno. Cia’! ❤

BREVI CONSIDERAZIONI

– Almeno stavolta non dicono che hanno vinto tutti.
– Chi ha vinto ha stravinto. Complimenti. Vedremo.
– Chi ha perso ha straperso. Complimenti. Addio.
– Gli ultras renziani che si ergono a educatori di etica sono più patetici di Adinolfi, tutto intero.
– Due cose sono infinite, l’universo e l’arroganza di un 43enne di Rignano.
– Farsi idolatrare da gente irrisa e perculata per anni è geniale. Nulla da dire, l’uomo-ruspa è astuto, applausi.
– Eh sì, dopo gli 80 anni forse è giunta l’ora di dedicarsi ai nipotini e alle nipotine (proprie).
– Abolite quello che volete ma non il congiuntivo. Ci sono affezionato.
– Io non so quasi nulla di politica ma se (af)fonda un partito la Lorenzin posso farlo pure io.
– La sinistra è trapassata, a indagare sulla morte ormai è rimasto solo il fratello di Montalbano.
– Piove e fa freddo, non è ancora la stagione dei meloni.
– Il capo dello Stato ha una bella gatta da pelare. Mi spiace. Da amante dei gatti.

BREVE STORIA HI-TECH

Un giorno sono salito sull’OUTLOOK e ho fatto benzina al SELFIE service per andare PALMARE. Al supermercato ho preso un NETFLIX di prosciutto e un NETWORK di mortadella per farmi un paio di panini. In spiaggia ci ho messo un po’ a trovare un POST libero. Quindi ho scavato con la paletta e ho fatto un BOOKING abbastanza profondo per piantare l’HASHTAG dell’ombrellone. Mentre ero sdraiato sul TEL da mare, ecco dei ragazzini che, correndo, hanno sollevato della sabbia che mi è finita in faccia e mi fatto lacrimare entrambi i NOKIA, e così gli ho detto “Fate attenzione! C’è MODEM e MODEM di giocare!”. Il padre dei bimbi, che indossava una maglietta dell’INTERNET, all’inizio ha fatto finta di nulla, ha fatto un po’ il TRIVAGO. Poi, quando gli ho detto “Ai suoi figli SERVER un po’ di educazione!” mi ha invitato ad ARCHIVIARE la vicenda e a non fare un PROCESSORE alle intenzioni dicendo “Che CELL di male? SONY solo dei ragazzi”. Poi ho preso PIN e maschera e sono andato farmi un BANNER al largo, mentre sulla riva dei bambini stavano facendo una GARAMOND con le biglie. L’acqua era bella ma non era BLUETOOTH, infatti in alcuni punti diventava più verde per via delle alghe. Al largo c’era un signore su un canotto con un piccolo FORUM da cui usciva aria. Nel giro di pochi INSTAGRAM il canotto si è sgonfiato e l’uomo si è ritrovato in mare e per poco non è ALLEGATO. Uscito dall’acqua ovviamente ero tutto BANNATO e sono andato a sPASSWORD fino a quando non mi sono asciugato. Intanto un bimbo voleva entrare in acqua ma la mamma gli ha detto “No, hai appena mangiato, poi ti si BLOG la digestione!”. Più tardi un cane mi ha TAGGATO sull’asciugamani e allora non ci ho visto più e gli ho gridato “Ti AMAZON! I tuoi bisogni dovevi farli proprio qui? Non potevi farli LINK?”. Mentre il proprietario si stava ZALANDO dalla sdraio mi sono reso ACCOUNT che era grosso; tutto nervoso mi si avvicina e mi fa “WEB! WEB! Ce l’hai col mio cane? EMOJI come la mettiamo?”. Ho capito subito che non era ARIAL, stavamo già per venire alle mani ma per fortuna un passante ci ha CONDIVISO in tempo dicendo al tipo grosso “Fermo! Cosa WI-FI?”. Alla fine siamo andati tutti al bar, il tizio grosso ha preso una coppetta, io un DISCONNETTO Algida, il passante una coca-cola LIKE. Abbiamo chiacchierato seduti ad un piccolo TABLET. Poi mi sono RIAVVIATO verso casa. Comunque non ci ANDROID più in quella spiaggia.

ATTRAVERSAMENTI 

Mi fanno arrabbiare quei gatti che aspettano che passi un’auto per attraversare la strada, rischiando di farsi ammazzare. Li ammazzerei.